Conoscere per apprendere e comprendere

I libri (certi libri) sono come le persone (alcune persone, fortunatamente, non tutte):  si presentano carichi di promesse, lasciano intravedere importanti prospettive future, ma alla fine lasciano una sottile scia di delusione.

 È il caso di “Città sommersa” – proposto per concorrere all’ultima edizione del  Premio Strega – che affronta gli anni difficili di lotta politica, inseguendo il sogno socialista, culminata nel terrorismo.

La ricostruzione di quegli anni è affidata alla protagonista, giovane donna non ancora trentenne, lettrice di romanzi per una casa editrice, che sogna di diventare scrittrice, ma deve fare i conti con un blocco che non riesce a superare. Fino a quando, dopo la morte del padre,   davanti a domande rimaste senza risposta sulla vita di  un genitore, scopriremo, misconosciuto, avverte l’esigenza di sapere perché “a un certo punto i morti tornano a cercarti, e ti devi sedere al tavolo con loro”.

Marta si ritrova tra le mani un documento relativo ad un processo subito dal padre Leonardo come presunto affiliato a Prima Linea, evento che ne ha cambiato la  vita, la vita di un giovane uomo militante che l’autrice non ha mai conosciuto,  di  cui ignora il passato. Spinta quindi dal bisogno di apprendere (e comprendere)  si lancia alla ricerca di documenti e testimonianze,  contattando le persone che con lui hanno condiviso un percorso umano e politico in cui il sogno utopico di una società senza sfruttatori né sfruttati veniva strumentalizzato dai capi di un’organizzazione che dalle pagine della Barone appare spietata e opportunista.

Marta scopre così che il padre Leonardo aveva sacrificato la propria giovinezza per “servire il popolo”, aderendo ad un movimento che, però, finiva per stritolare i propri adepti:

“Annullarsi, cancellare la propria identità era un passo quasi obbligato:

non si potevano avere sensazioni proprie, come predicavano gli opuscoli,

o si sarebbe perso di vista il fine buono, il fine vero,

il vago ideale di felicità per tutti i viventi

che avrebbero obliterato i mali del mondo”.

Il romanzo permette di conoscere la disillusione di molti giovani militanti le cui scelte anche personali sono state imposte dai vertici del Pcim, partito di estrema sinistra. In particolare, per    Leonardo Barone  il disinganno  diventa insopportabile  dopo l’arresto e l’isolamento subito da parte di coloro  che aveva considerato compagni di strada. Al  punto che arriva a dichiarare di avere sbagliato tutto e di avere sprecato la propria vita. Una amarezza che Marta scopre troppo tardi, quando è oramai impossibile rimediare ai silenzi e alle incomprensioni che hanno caratterizzato il suo rapporto col padre.

Senza dubbio “Città  sommersa” ha il merito di approfondire una delle pagine più tormentate dalla storia dell’Italia degli Anni Settanta, offrendo al lettore, soprattutto se, per ragioni anagrafiche, non ha vissuto quegli anni con consapevolezza, diversi spunti di riflessione.

Tuttavia, la narrazione mostra delle falle nell’uso della lingua che, a tratti, appare ambiziosa: accade quando la Barone, che generalmente utilizza un linguaggio medio, lascia scivolare  vocaboli eccessivamente ricercati e aulici, fuori contesto con la scrittura complessiva. Un esempio per tutti: “fatagione” che troviamo nel terzo capitolo a cui, dopo poche righe, fa seguito “che leggiucchiai in modo disordinato nei mesi dopo”. (Successivi, forse avrebbe giustificato l’eleganza di  fatagione, che starebbe per incantesimo o magia) Ambizioso appare, poi, il richiamato allo “smaliziato lettore” il quale (proprio perché smaliziato) non può non sentire un’eco manzoniana. Si avverte , dunque, da parte dell’autrice una certa ansia di prestazione che, a nostro modesto avviso, non serve al romanzo.

Il tempo come solvente

A Julian Barnes è stato appena assegnato il Premio Letterario Internazionale Mondello 2023, per la sezione Autore Straniero. Un riconoscimento meritatissimo.

Tony Webster è un uomo mediocre, “medio” dice nel romanzo,   secondo la scelta linguistica, riteniamo,  della traduttrice. La sua vita si è svolta secondo un copione comune, senza particolari sconvolgimenti. Non possono essere ritenuti tali il divorzio, per volontà della moglie, invaghitasi di un altro uomo, o il suicidio di un caro amico. Giusto per indicare quelli che potrebbero essere gli eventi più significativi della sua vita   che Tony ricostruisce senza particolare passione, con lo sguardo distaccato di chi osserva gli avvenimenti senza passione, da spettatore.

Fin dall’inizio Tony Webster sembra volere mettere in guardia il  lettore, avvertendolo che  “quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”. Riflessione profonda, quasi   filosofica, che molto dice sulla memoria che conserviamo degli eventi della nostra esistenza perché, come scrive quasi a conclusione del romanzo, “ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”, precisando che “dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente”.

Julian Barnes, che con “Il senso di una fine” si è aggiudicato nel 2011, anno della pubblicazione, il premio Booker Prize, ricostruisce la trasformazione culturale e sociale inglese del primo Novecento  con un’abilità evocativa tale da condurci nei luoghi della storia, rendendoci quasi spettatori.

A scuola, “dove tutto ha avuto inizio”, giunge  Adrian, studente particolarmente intelligente e colto, che cerca di comprendere il senso profondo delle cose, la cui amicizia è molto ambita, ma con il quale Tony arriva ad una dolorosa (e vigliacca?) rottura a causa di una giovane donna, Veronica, fonte di gioie (a dire il vero poche) e  umiliazioni (tante).

Quando è ormai un tranquillo pensionato, Tony Webster riceve un’eredità insolita: poche migliaia di sterline e un misterioso diario che non riuscirà ad avere , ma che diventerà l’oggetto del desiderio, lo strumento che dovrebbe  svelare misteri di cui fino a quel momento aveva ignorato l’esistenza.

Per quale motivo Tony diventa il destinatario del diario di un giovane uomo morto suicida decenni prima? Quale ruolo Tony ha avuto in quel suicidio? Quale messaggio il diario contiene per lui?

Interrogativi, forse, destinati a rimanere senza risposta, ma (molto più probabilmente) dai quali potrebbe scaturire una storia inimmaginabile, di quelle che, spesso, ci riserva la vita.

A proposito del primo maggio

Matteo Cavezzali, Nero d’Inverno

“Quello che si racconta nei libri può anche accadere davvero, ma quello che è accaduto veramente non può essere scritto in nessun libro”: è la postilla con la quale  Cavezzali chiude il proprio romanzo con l’intento, pensiamo,  di dissuadere  il lettore dalla convinzione di avere aggiunto dei tasselli di verità a fatti apparentemente   lontani dal nostro tempo, ma che tuttavia molto ci dicono su questi anni e sul mondo in cui viviamo.

Tutto ha inizio nel secolo scorso, in un’America meta di migranti, molti provenienti dall’Italia, inseguendo il sogno di una vita migliore possibile a chiunque, ma non a tutti. Tra gli italiani giunti in America, dopo mesi di navigazione ammassati su una nave in condizioni estreme (che senza dubbio riportano a quelle che vivono i migranti che dal nord Africa cercano di raggiungere le nostre coste) c’è Mario Buda (che in America diventerà Mike Boda) il quale si ritrova a lavorare in una fabbrica di cappelli. Qui Buda farà esperienza dello sfruttamento della classe operaia da parte del Capitalismo per il quale il lavoro non potrà essere fermato neanche davanti alla morte di un uomo. Un tema antico e sempre attuale, ma che nell’America del primo Novecento porterà alla nascita dei primi gruppi anarchici e dei primi attentati terroristici.

A questi è legato il nome di Mario Buda, al punto che ancora oggi negli Stati Uniti l’espressione  Boda’s bomb è diventata quasi gergale per indicare una tipologia di attentati (quelli con le autobombe utilizzate, ahinoi, ancora oggi dall’Isis).  La ricerca di Matteo Cavezzali – da cui il romanzo trae spunto – nasce proprio dalla lettura di un saggio americano sul terrorismo moderno di cui Buda viene considerato l’iniziatore.

Il risultato dell’inchiesta giornalistica di Matteo Cavezzali è un romanzo storico dove accanto a personaggi realmente esistiti (come Sacco e Vanzetti, Galleani) si affollano personaggi creati  dalla fantasia dell’autore il quale dà loro voce. Il risultato è  una sorta di Spoon River dove tante voci  narrano di sé e dei protagonisti, regalandoci un racconto corale intenso e profondo. Cavezzali dà prova di come il giornalismo d’inchiesta possa condurre ad una creazione artistica in cui “storia ed invenzione” contribuiscono alla nostra conoscenza del passato, ma senza fare luce sulla verità profonda degli eventi narrati.

Molti, infatti, gli  interrogativi a cui – necessariamente – Cavezzali non ha potuto rispondere (non toccava certamente a lui), sulle ragioni per cui Buda abbia potuto – dopo l’attentato di cui è stato ritenuto l’autore   – tornare in Italia e vivere tranquillamente una vita normale, di marito e padre. Una normalità quasi “regalata” che, ci dice Cavezzali, sembra anomala nell’Italia del secondo dopoguerra dove gli americani erano significativamente presenti.

Un dubbio, quindi, s’insinua nella mente del lettore: chi ha voluto l’attentato? Gli anarchici o altri? Chi può dire che non sia stato un elemento di distrazione in un’America messa in crisi dalle bombe che ne minacciavano la sicurezza dopo la morte  di  Sacco e Vanzetti, la cui esecuzione fu voluta contro ogni ragione e prova di innocenza?